In un letto

paura,

“Da dove arriva la musica?
Si forma come un’onda del mare.”

Mi riecheggiano queste parole nella testa; credo che le abbia pronunciate tu in un tempo sconosciuto.
Adesso che ascolto il buio ha il sapore dei ricordi: è come se evaporassero dalla mia mente sensazioni, immagini, pensieri che aspettavano lì, al chiuso, uno spiraglio di quiete. Sono di quelli inaspettati, che solo per un attimo avevano attraversato la consapevolezza ed erano stati inghiottiti in fretta dalla sabbia dei minuti. Il nostro cervello è un reperto archeologico, con la giusta fortuna vi si ritrova tutto ciò che lo ha attraversato.

Un parco di novembre, gusto di freddo, occhi che bruciano di rabbia.

“Da dove arriva la musica?”

Necrologi dal finestrino di un pulman fermo al semaforo.

“Si setaccia dalla polvere di stelle che ci ha creati.”

Il passato è così vivido da doverlo chiamare presente, ma è una verità grande come la morte, e non la posso esprimere a parole.
In questo letto si è accumulato in silenzio l’odore di anni volati come foglie in autunno, e adesso sono giovane ancora una volta. Chiudo gli occhi.

Una paura pesante come un macigno mi riacchiappa la bocca dello stomaco, si aggrappa ai polmoni quasi temesse di cadere giù, li stringe e non li lascia andare.

(“Eccoti ancora, vecchia amica, pensavo non saresti passata a salutarmi.”)

Immobilizzato. Ecco come mi sento.

(E quasi scoppio a ridere, in questo letto che è la mia casa: perché è buffo sentirsi immobilizzato quando a stento riesci a muoverti!)

Che ne sarà di me? Perché la vita sembra sgusciarmi tra le mani come un’anguilla? Datemi un retino, acchiappatela al mio posto, insomma: qualcuno mi dia una dritta! Nessuno. Paura del futuro.

(E quel futuro ora è presente, passato…)

Riapro gli occhi e dalla finestra, in punta di piedi, come un ladro, arriva la luce di una nuova alba.
Insieme al giorno un’altra eternità che sarà risucchiata dalla notte, sciacquone meticoloso che rimescola tutta la merda che questo fottuto letto mi lascia per la testa e la ripropone nella solitudine dell’insonnia.
Scusate, a volte la rabbia fuoriesce, quando scrivo, ma me ne pento subito e me ne dispiaccio molto.

Spero che mio nipote venga a trovarmi, so che probabilmente non ne avrà alcuna voglia, ma non mi rimane tanto di più che sperare: una gioia… o la morte.

Oggi, se non altro, pare aver vinto la prima.

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La prospettiva della fine

Gli piaceva colorare. Me l’aveva confessato lui, quella volta; aveva scoperto questa passione alla soglia dei trent’anni, e lo faceva sorridere chiedere al giornalaio un album di quelli con le figure da riempire, fingendo che fosse per un figlio che non aveva. Diceva che lo rilassava. Restare dentro ai bordi, riempire quei vuoti, ricercare una stesura uniforme del colore. Diceva, “forse ha a che fare con la mia ansia, è un modo per circoscriverla.”
Mi fa riflettere spesso, e mi stupisce, quanto il cuore si apra con chi conosciamo appena, e quella volta è stato così.
Lui mi parlava di un matrimonio, della sua ragazza e di quanto era bella, ma anche di una vita che amava nonostante la sentisse inespressa; io ascoltavo e mi lasciavo ipnotizzare da parole che riconoscevo come anche mie. Nel giro di poche frasi, di pochi minuti, non eravamo più estranei, diventammo affluenti, ci mescolammo.
Io avevo il timore di sembrare scocciato, e cercavo in tutti modi di mostrarmi a mio agio, probabilmente con risultati scadenti, ma lui non se ne preoccupava e così smisi di pensarci. Gli raccontai allora di me, di come mai ero lì e soprattutto di queste impressioni che adesso sto trascrivendo, della libertà dei nuovi incontri, che sono come i viaggi e la solitudine e ci raccontano di noi stessi. Perché lontano dai nostri agi e dalle relazioni familiari (cioè con le quali si ha familiarità, non per forza di sangue) ci ritrova a che fare con chi c’è davvero sotto queste mura di epidermide.
Lui mi ascoltava, forse preso dallo stesso timore che era stato mio poco prima, e io andavo, andavo con le parole che quasi mi si attorcigliavano in bocca perché volevano uscire tutte quante insieme.
Poi mi salutò, doveva andare. “Ciao, grazie della chiacchierata, buona fortuna!”. Rimasi lì, e mi accorsi che aveva dimenticato un giornale, La settimana enigmistica. Lo rincorsi, ma era già perso in quel labirinto. Così tornai a sedermi e mi misi a sfogliarla.

Ogni tanto comprava anche quel giornale, mi aveva detto, sempre per la questione dei colori: “lì il discorso è diverso, però: lì il soggetto vien fuori chiaro soltanto quando l’hai finito, non lo capisci prima, devi guardarlo da un’altra prospettiva, quella della fine”.

Mi è rimasta dentro, quell’immagine, scoperta quasi un anno fa in quella sala d’attesa, quando Maria faceva la prima risonanza, e niente era ancora successo.
Ed eccomi qui, oggi che tutto è stato e quasi tutto dovrà essere, a guardare le cose indietro, dalla prospettiva della fine.

Le cose non dette

UNO

Le finestre aperte sulle strade amplificano voci, raccontano storie che svolazzano nelle orecchie dei passanti. I silenzi si appiattiscono sui muri caldi per il giorno appena spento.
Ti do la mano e tu la tieni al sicuro. Stendiamo le nostre insicurezze sulle ringhiere dei vicoli, facciamo asciugare le paure al caldo della notte. Camminiamo all’unisono, ti prego. Oppure no, mischiamo i passi, diventiamo un esercito, facciamoci forti.
La luna ci osserva senza occhi, la rincorre un’ombra.
Ti vorrei insegnare quel che credo, ti vorrei preservare come un’opera d’arte nel tempo, vorrei attutire i tuoi passi falsi e indicarti i veri. Poi ti guardo e mi accartoccio i pensieri, faccio canestro nel cestino e spero con tutto me stesso di non esultare troppo vistosamente. Forse te ne sei accorta e mi squadri come solo tu, quando capisci che vorrei tenerti sul palmo di una mano per curarmi di te. Non è questo che vuoi.
Che hai paura lo so, che non vorresti anche. Mi fido di me? So lasciarti respirare? Riesco a guardarti in silenzio?
Sono tutti migliori, là fuori: lo diciamo spesso. Ma sono case col giardino curato e stanze disgraziate.
Riesci a credermi quando ti dico che sei bella? Sai vederti speciale? Ti fidi di te?
Continueremo a provarci fino a quando dovrà essere.
Intanto la notte è calda, le voci si intimoriscono fuori dalle finestre, il giorno è lontano e noi qui abbiamo occhi da regalarci e parole da annusarci.

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DUE

Credi che sia facile. Le cose perfette a vedersi sembrano così ovvie, immediate, naturali. Ecco: forse è questo l’aggettivo, naturale. Tu pensi che sia facile, mollare i freni e semplicemente urlare di adrenalina. Allora mi stuzzichi, “ma che sarà mai? Non devi pensarci, fallo e basta, come respirare!” Già, respirare. La vita va, io respiro. Non capisco se davvero non riesci a credermi; a volte pensiamo di aver tutte le risposte e nemmeno ascoltiamo le domande. Respirare, facile come respirare. Provaci tu, a metterti a pensare all’aria che entra e esce e entra e esce e entra… Roba da inciamparsi, prima o poi, in quella regolare danza, restare senza fiato per un attimo perché ci si è messi al posto dello scorrere delle cose. Così è con questo, e tu credi che sia facile, e mi fai montare una rabbia che vorrei prenderti a pugni sul petto… Poi ti vedo che mi scruti, vorresti trarmi in salvo. Ti guardo male ma dentro mi commuovo. Credi che sia facile, e non sai niente. Imparerai, imparerò.
Le luci della sera colano sui marciapiedi, il cielo è ancora azzurro scuro. Il petto si sgonfia, le palpebre tremano socchiuse, il vento fa il vento e io ancora una volta ho vinto una battaglia che non avrei voluto affrontare.

Le scintille

Un fonema è un suono che si emette dalla bocca. La sua caratteristica principale e più bella è questa: lui esiste soltanto perché determina una differenza, e cioè se al posto suo ce ne fosse un altro, non sarebbe la stessa cosa, anzi a volte potrebbe essere proprio tutt’altra. Insomma, se sei un fonema, poco conta la tua voglia di cambiamento, ribellione, rivolta: non puoi semplicemente cercare di essere una copia di qualcun’altro, riuscita bene o male. Una erre moscia, è sempre una erre. Una esse sibilata è sempre una esse.
Esisti perché ti opponi, perché occupi un luogo che è soltanto tuo.
Io me l’immagino, essere un fonema, come rosicchiarsi un cantuccio nelle parole, nel mondo. Che quando poi lo trovi, è il tuo posto; se allora non ci fossi mancherebbero dei pezzi, le parole sarebbero zoppe e gli amanti perderebbero modi di amarsi, gli scusanti non potrebbero spiegarsi, e andrebbe tutto a scatafascio.
Poi dicono che sono tante, le cose che ci sono solo perché si oppongono a qualcos’altro, e pensi che l’opposizione in fondo non è così brutta come potrebbe sembrare a prima vista, se si immagina solo nei palazzi e nelle diatribe incravattate. Perché in fondo dall’attrito nascono le scintille, e un fiammifero non è nulla senza un posticino dove essere strofinato.
E invece quante volte ti senti uniformato, declinazione di un tempo che t’ha voluto così? In fondo tu non sei un fonema, ti dici, “mica è la stessa cosa, io il mio posto lo posso anche costruire senza scintille, senza sbucciature sulle ginocchia o graffi sulle braccia, non ci si deve mica opporre per forza”. Vaglielo a dire a tutte le erre mosce, le esse sibilate, a chi nel costruirsi una casupola tutto intorno per ripararsi dagli urti poi c’è rimasto dentro senza saperne uscire, a chi per evitare accuratamente gli scontri s’è dimenticato dove voleva andare; vaglielo a dire a tutti loro che si può esistere senza fare la differenza e ti diranno “non farci ridere, proprio non hai capito; ma di certo non possiamo insegnarti niente, noialtri… Le cose si comprendono solo in un modo: lo dice la parola: con-prendere, afferrare. Vuoi mica dirci che le cose si possono afferrare senza toccarle?” (sono svegli, eh, questi qua!).
Ci va attrito, a stimolare i nervi, ad accendere le emozioni; a rallentare i cuori e accelerare i respiri, o viceversa. Siamo un alfabeto infinito, perché non cercare di essere irripetibili?

Per strada, una sera.

Lo scrosciare dell’acqua nei tombini si mischiava, nella sua testa, alla musica che usciva dagli auricolari e il mondo sembrava andare a ritmo con quelle note. Pioveva e le strade bagnate sembravano il posto più sicuro: lì sei lercio, niente può farti niente, la gente corre veloce e il sole non sbircia dall’alto.

L’aveva lasciato poche ore prima, eppure già se ne pentiva. Chissà se la pioggia sapeva. Sembra sappia sempre tutto, e arriva al momento opportuno, come un’amica di vecchia data; tuttavia molti, nella città, s’intristiscono con lei: avessero coltivato la terra, la penserebbero diversamente, apprezzerebbero colei la quale accudisce i semi e li cresce, la madre della terra. 

Proprio quella madre che era lei; quella madre che non aveva più la forza di raccontarsi bugie senza senso. Aveva lasciato, poco prima, il lavoro, l’ennesimo, che le consumava la vita -una candela scavata troppo in fretta- e la segnava nel corpo quasi fosse argilla nelle mani dello scultore. A casa aveva due figli che avrebbe voluto non aver fatto: gettati nel mondo come da un trapezio senza reti, puoi sperare di aver la testa dura e rialzarti tutto intero, e basta.

Vagava e si sentiva inesistente. Nemmeno la pioggia sapeva ridonarle vita, pioggia malata di un cielo cittadino, ma pur sempre pioggia (e pur sempre vita, sotto quello stesso cielo). Metteva i piedi nelle pozzanghere e quasi sorrideva immaginandosi bambina. Era il sorriso di chi non ha più forza, di chi ci ha provato davvero ma proprio non sa in questa vita che regole ci siano: rassegnazione tra le labbra, il sorriso più triste che il genio creatore potesse inventare.

Il grigio stava facendo i bagagli, lasciava spazio allo scuro della sera, e si spostava sopra altre teste, altre storie. Sembrava lei stesse rincorrendo i propri pensieri, talmente tanti erano da fuggire via dal naso, dalle orecchie… e lei dietro, tornate qua!, aspettate!, ma quelli niente, la trascinavano con loro senza meta.

A volte i marciapiedi finiscono d’improvviso: un attimo ci sono, quello dopo ti stai chiedendo come mai sei sospeso nell’aria. Proprio adesso, un marciapiede, aveva deciso di finire a metà di un passo che, come detto, rincorreva pensieri di una vita scavata: non avrebbe potuto scegliere momento migliore. La caduta fu rovinosa e una pozza d’acqua accentuò la spettacolarità della scena. Lei si ritrovò per terra, i pensieri sparsi tutto intorno e un ginocchio pulsante. Intorno la vita non s’era accorta di nulla e continuava a brulicare. Ella si alzò piano e fece un respiro profondo.

Riordinò i pensieri.

Ora non scappavano più.

Poi lo vide. Sembrava spaesato quanto doveva esserlo lei poco prima e camminava proprio sullo stesso marciapiede: ancora pochi passi e avrebbe fatto lo stesso capitombolo (al marciapiede non sarebbe sembrato vero, due allocchi nel giro di pochi minuti! Già si leccava i baffi). Lei s’avvicinò, cercò di farsi vedere per riportare alla realtà l’ignaro pedone, ma quello niente: pareva in un mondo tutto suo. “Attento…” gli disse allora, ed egli parve svegliarsi d’improvviso. Continuò a camminare mezzo intontito verso quel burrone in miniatura, mise un piede quasi sul bordo quando lei gli fu accanto e, presogli il braccio, concluse: “lo scalino”, effettuando insieme a lui un atterraggio morbido. Lo sconosciuto si fermò a fissarla negli occhi con uno sguardo ebete. “Perché l’hai fatto?” le chiese. “Una piccola rivincita sul mondo”, rispose. S’accese un sorriso ad accomunare quelle bocche estranee.

Minuscola scintilla a riaccendere la luce che sembrava persa.

 

(dal vecchio blog)

Vento

Svelto il tramonto si allunga sul mondo, quasi si stiracchiasse come si fosse appena svegliato. I colori si dimenticano di fare cena, e stanno a guardare; il cielo è il banchetto sul quale festeggia il sole.

La finestra della stanza è aperta, delle leggere tende ammorbidiscono l’aria. Un’altrettanto sottile brezza le scosta, poi le fa tornare al loro posto, in un gioco che sa delle onde sulla battigia.
Seduta sulla sedia di fianco al letto la ragazza saluta con lo sguardo il signor Sole e il calore della giornata estiva. Nella testa inizia il valzer dei ricordi: i giochi con l’acqua, le corse a perdifiato lungo la strada che costeggia la casa, le mani che toccano cortecce e vestiti svolazzanti che affrescano il caldo secco del sud. Piano sorride, la ragazza. Ora un alito di vento si offre di accompagnarla per quel ballo nel territorio più misterioso e dolce che l’uomo può attraversare; ancora pomeriggi lenti, nei quali ella si muoveva con sicurezza tra stradine e signori anziani seduti davanti ai portoni, e poi profumi, profumi, profumi. Gli occhi si sono chiusi, per non lasciar scappare neanche un dettaglio, non un gatto che lesto attraversa la strada, neanche il più piccolo fiore al balcone di una casa. Tutto lì dentro: un mondo, una vita, infinità finita.
Poi, soddisfatte, le palpebre si arrendono al presente: il sole ormai non è più, i colori della sera si appendono al cielo. Si guarda una mano, la ragazza. Conta le rughe.
Perde presto il conto, però, incuriosita di quanto la vita abbia in un soffio scritto sul suo corpo. Una lacrima birichina precipita sulla sua guancia fino a mischiarsi a un inaspettato sorriso, o -forse- a farlo fiorire come gli acquazzoni di giugno. Il passato spesso si intrufola dentro un istante disattento, scombussola il presente, e la ragazza, la donna, la bambina, insieme a tutto ciò che le si nasconde dietro gli occhi, tra il cuore e lo stomaco, guarda il letto dove dorme da sola, scaldata dal ricordo dell’uomo che così tanto ha amato.
(dal vecchio blog)