Di storia e di umanità

“Ti piace la storia?”
“No, che palle”
“Perché?”
“Ma perché cosa mi frega di quello che è successo anni e anni fa?”
“Eh…”
La storia non è questo.

Presente. Nel 201esimo decennio dopo Cristo morto in croce, quindicesimo anno del terzo millennio, vogliamo il presente.
Siamo immediati nel nostro tergiversare, cerchiamo sicurezze, siamo anche così innocenti.
Quando tutto gira cerca un punto fisso.
Abbiamo bisogno di archiviare subito, circoscrivere; vogliamo essere chirurghi del tempo.
In questo marasma, nella paura di essere inopportuni o nella volontà di distinguerci per forza, stiamo cercando la storia. Non avrà la s maiuscola (ma nessuna in fondo può vantarla) eppure si delinea nelle foto tricolori, negli hashtag di solidarietà, nei link di retroscena, nella ricerca dei like; prende forma sotto le nostre dita e non ha punti fermi nonostante li cerchiamo con disperazione.
Ci vedo: così ansiosi di partecipare a dolori raccontati, vite interrotte, discorso globale… E mi chiedo dove stia il confine tra quel che è dentro ognuno di noi e ciò di cui ormai ci sentiamo parte comune. Non che non siamo autentici: la nostra autenticità oggi sta forse proprio nella globalizzazione delle emozioni e in quella delle opinioni (anche di quelle fuori dal coro).
D’improvviso siamo scossi da un domino infinito, un tassello a noi vicino. Vacilliamo: inevitabile, comprensibile.
Nel nostro affannarci per restare saldi ed essere certi, s’intravede la paura di non saper catalogare e di cadere. Forse per questo ci stringiamo a vicenda, cerchiamo discorsi da fare anche nostri e mani alle quali aggrapparci.
Ma il domino è fatto per cadere e per ricomporsi, la storia per essere scovata tra i presenti che evolvono e i fatti per essere mediati e non immediatamente reclusi.

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Essere umani

Smarriti, a cercare strade, a volare alto o volare basso.
I pesci nella rete riusciranno a fuggire, alcuni moriranno.
Ma è pur sempre una fuga.
Non ti accorgi del baratro sul cui orlo ci siamo seduti ad aspettare il vento? Io lo vedo. Alzarsi in piedi fa venire le vertigini.
La crepa sul parabrezza d’improvviso si fa largo nel vetro, non puoi sapere quando lo taglierà in due. Il mondo cambia, ma rimane così dannatamente uguale: gli alberi perdono il pelo, i fiumi sgomitano, le guerre scoppiano ma non muoiono.
Senza ideali, più liberi; senza sapere che la libertà è più impegnativa di qualsiasi prova; ridotta com’è a obiettivo, carità, conquista: diritto acquisito; la portiamo in tasca come cellulari, addosso come vestiti, nel cuore come giudizi.
Poi abbiamo paura di chi la cerca, di chi lotta, di chi muore. Abbiamo paura di chi muore.
Essere umani vuol dire anche questo?
La crepa sul parabrezza è impercettibile nel suo avanzare, chissà chi o cosa l’ha causata, noi eravamo troppo impegnati a guidare, siamo troppo impegnati ad ascoltare la musica. E siamo soli al volante, avanziamo su strade di pochi mesi, su un mondo piccolissimo. Ci siamo arresi. Allora prendiamone atto.
Sia la nostra scelta, la resa. Il vento arriverà e noi saremo in bilico. Chissà che non sia questa la nostra resistenza.
Com’è difficile fotografare il mutamento, quanto è necessario provarci per prendere posizione.

Senza titolo – esterno giorno

Specchi rotti sono le vetrine che ci moltiplicano e ci fanno brulicanti.
Letti di fiumi avvelenati le strade.
Castelli di carte i nostri trucchi in faccia, le maschere, i sorrisi.
Gabbia lassù, il blu dipinto di blu.

Incrocio sguardi e non so cosa cerchino. Mi sembrano urlare.
Eppure è tutto così quieto per la via: anziani pacati, genitori e figli, amici che scherzano e innamorati, tanti innamorati appesi alle loro dita sottili come rami d’autunno.
Forse dormono? Sembrano sonnambuli.
Poi capisco: hanno paura.
Di perdere il lavoro, di perdere l’amore, di perdere il derby.
Di cambiare senza sapere come, di non piacere a quello là, di non trovare parcheggio.
Di accorgersi di aver sbagliato, di non poter rimediare, di dover chiedere scusa.
Di non poterselo permettere, di quel che diranno, di sporcarsi.
Di non sapere cosa dire, di sapere cosa fare, di non farcela.

Paura di sembrare fragili, di avere paura, di contare fino a cento.

Lo urlano i loro occhi. Ma forse sono specchi rotti che riflettono il mio sguardo.

E mari vuoti di pesci e pieni di speranze naufragate; terre depredate in silenzio, che non devono alzare la voce; alberghi pieni di cellulari costosi e scarpe pulite ai piedi di uomini neri; altri uomini neri a pensarci loro, che noi dobbiamo lavorare; ospedali bombardati e ricostruiti da scuse sincere; guerre da elencare come formazioni di squadre calcistiche; piantagioni di morti in cambio di petizioni per difendere il prodotto nazionale; “è inevitabile pagare prezzi alti per il benessere” (e li pagano altri, al costo del loro); piogge torrenziali e colpe da addossare; climi giocattolo telecomandati da aerei con la coda; il progresso ingannatore è stato smascherato, siringhe tossiche disarmate; coltelli armati dal Male alla gola di infedeli: il terrore nero; parole come migliaia coltelli alla gola di sconosciuti inadeguati o indegni, perché colpevoli di farci sentire inadeguati o indegni: la libertà d’espressione.
Come le bandiere inchiodate ad un palo sventolare a favore di vento.
Che importa da dove soffi, dove conduca? Scintillanti e colorate, chi più chi meno, garrire all’unisono.

Farsi belli nelle vetrine ammalianti.
Sguazzare tra mille e mille membra così simili.
Innalzare torri e fossati intorno alle nostre emozioni.
Non guardare in alto, per non vedere le sbarre.

In un letto

paura,

“Da dove arriva la musica?
Si forma come un’onda del mare.”

Mi riecheggiano queste parole nella testa; credo che le abbia pronunciate tu in un tempo sconosciuto.
Adesso che ascolto il buio ha il sapore dei ricordi: è come se evaporassero dalla mia mente sensazioni, immagini, pensieri che aspettavano lì, al chiuso, uno spiraglio di quiete. Sono di quelli inaspettati, che solo per un attimo avevano attraversato la consapevolezza ed erano stati inghiottiti in fretta dalla sabbia dei minuti. Il nostro cervello è un reperto archeologico, con la giusta fortuna vi si ritrova tutto ciò che lo ha attraversato.

Un parco di novembre, gusto di freddo, occhi che bruciano di rabbia.

“Da dove arriva la musica?”

Necrologi dal finestrino di un pulman fermo al semaforo.

“Si setaccia dalla polvere di stelle che ci ha creati.”

Il passato è così vivido da doverlo chiamare presente, ma è una verità grande come la morte, e non la posso esprimere a parole.
In questo letto si è accumulato in silenzio l’odore di anni volati come foglie in autunno, e adesso sono giovane ancora una volta. Chiudo gli occhi.

Una paura pesante come un macigno mi riacchiappa la bocca dello stomaco, si aggrappa ai polmoni quasi temesse di cadere giù, li stringe e non li lascia andare.

(“Eccoti ancora, vecchia amica, pensavo non saresti passata a salutarmi.”)

Immobilizzato. Ecco come mi sento.

(E quasi scoppio a ridere, in questo letto che è la mia casa: perché è buffo sentirsi immobilizzato quando a stento riesci a muoverti!)

Che ne sarà di me? Perché la vita sembra sgusciarmi tra le mani come un’anguilla? Datemi un retino, acchiappatela al mio posto, insomma: qualcuno mi dia una dritta! Nessuno. Paura del futuro.

(E quel futuro ora è presente, passato…)

Riapro gli occhi e dalla finestra, in punta di piedi, come un ladro, arriva la luce di una nuova alba.
Insieme al giorno un’altra eternità che sarà risucchiata dalla notte, sciacquone meticoloso che rimescola tutta la merda che questo fottuto letto mi lascia per la testa e la ripropone nella solitudine dell’insonnia.
Scusate, a volte la rabbia fuoriesce, quando scrivo, ma me ne pento subito e me ne dispiaccio molto.

Spero che mio nipote venga a trovarmi, so che probabilmente non ne avrà alcuna voglia, ma non mi rimane tanto di più che sperare: una gioia… o la morte.

Oggi, se non altro, pare aver vinto la prima.

La prospettiva della fine

Gli piaceva colorare. Me l’aveva confessato lui, quella volta; aveva scoperto questa passione alla soglia dei trent’anni, e lo faceva sorridere chiedere al giornalaio un album di quelli con le figure da riempire, fingendo che fosse per un figlio che non aveva. Diceva che lo rilassava. Restare dentro ai bordi, riempire quei vuoti, ricercare una stesura uniforme del colore. Diceva, “forse ha a che fare con la mia ansia, è un modo per circoscriverla.”
Mi fa riflettere spesso, e mi stupisce, quanto il cuore si apra con chi conosciamo appena, e quella volta è stato così.
Lui mi parlava di un matrimonio, della sua ragazza e di quanto era bella, ma anche di una vita che amava nonostante la sentisse inespressa; io ascoltavo e mi lasciavo ipnotizzare da parole che riconoscevo come anche mie. Nel giro di poche frasi, di pochi minuti, non eravamo più estranei, diventammo affluenti, ci mescolammo.
Io avevo il timore di sembrare scocciato, e cercavo in tutti modi di mostrarmi a mio agio, probabilmente con risultati scadenti, ma lui non se ne preoccupava e così smisi di pensarci. Gli raccontai allora di me, di come mai ero lì e soprattutto di queste impressioni che adesso sto trascrivendo, della libertà dei nuovi incontri, che sono come i viaggi e la solitudine e ci raccontano di noi stessi. Perché lontano dai nostri agi e dalle relazioni familiari (cioè con le quali si ha familiarità, non per forza di sangue) ci ritrova a che fare con chi c’è davvero sotto queste mura di epidermide.
Lui mi ascoltava, forse preso dallo stesso timore che era stato mio poco prima, e io andavo, andavo con le parole che quasi mi si attorcigliavano in bocca perché volevano uscire tutte quante insieme.
Poi mi salutò, doveva andare. “Ciao, grazie della chiacchierata, buona fortuna!”. Rimasi lì, e mi accorsi che aveva dimenticato un giornale, La settimana enigmistica. Lo rincorsi, ma era già perso in quel labirinto. Così tornai a sedermi e mi misi a sfogliarla.

Ogni tanto comprava anche quel giornale, mi aveva detto, sempre per la questione dei colori: “lì il discorso è diverso, però: lì il soggetto vien fuori chiaro soltanto quando l’hai finito, non lo capisci prima, devi guardarlo da un’altra prospettiva, quella della fine”.

Mi è rimasta dentro, quell’immagine, scoperta quasi un anno fa in quella sala d’attesa, quando Maria faceva la prima risonanza, e niente era ancora successo.
Ed eccomi qui, oggi che tutto è stato e quasi tutto dovrà essere, a guardare le cose indietro, dalla prospettiva della fine.

Le cose non dette

UNO

Le finestre aperte sulle strade amplificano voci, raccontano storie che svolazzano nelle orecchie dei passanti. I silenzi si appiattiscono sui muri caldi per il giorno appena spento.
Ti do la mano e tu la tieni al sicuro. Stendiamo le nostre insicurezze sulle ringhiere dei vicoli, facciamo asciugare le paure al caldo della notte. Camminiamo all’unisono, ti prego. Oppure no, mischiamo i passi, diventiamo un esercito, facciamoci forti.
La luna ci osserva senza occhi, la rincorre un’ombra.
Ti vorrei insegnare quel che credo, ti vorrei preservare come un’opera d’arte nel tempo, vorrei attutire i tuoi passi falsi e indicarti i veri. Poi ti guardo e mi accartoccio i pensieri, faccio canestro nel cestino e spero con tutto me stesso di non esultare troppo vistosamente. Forse te ne sei accorta e mi squadri come solo tu, quando capisci che vorrei tenerti sul palmo di una mano per curarmi di te. Non è questo che vuoi.
Che hai paura lo so, che non vorresti anche. Mi fido di me? So lasciarti respirare? Riesco a guardarti in silenzio?
Sono tutti migliori, là fuori: lo diciamo spesso. Ma sono case col giardino curato e stanze disgraziate.
Riesci a credermi quando ti dico che sei bella? Sai vederti speciale? Ti fidi di te?
Continueremo a provarci fino a quando dovrà essere.
Intanto la notte è calda, le voci si intimoriscono fuori dalle finestre, il giorno è lontano e noi qui abbiamo occhi da regalarci e parole da annusarci.

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DUE

Credi che sia facile. Le cose perfette a vedersi sembrano così ovvie, immediate, naturali. Ecco: forse è questo l’aggettivo, naturale. Tu pensi che sia facile, mollare i freni e semplicemente urlare di adrenalina. Allora mi stuzzichi, “ma che sarà mai? Non devi pensarci, fallo e basta, come respirare!” Già, respirare. La vita va, io respiro. Non capisco se davvero non riesci a credermi; a volte pensiamo di aver tutte le risposte e nemmeno ascoltiamo le domande. Respirare, facile come respirare. Provaci tu, a metterti a pensare all’aria che entra e esce e entra e esce e entra… Roba da inciamparsi, prima o poi, in quella regolare danza, restare senza fiato per un attimo perché ci si è messi al posto dello scorrere delle cose. Così è con questo, e tu credi che sia facile, e mi fai montare una rabbia che vorrei prenderti a pugni sul petto… Poi ti vedo che mi scruti, vorresti trarmi in salvo. Ti guardo male ma dentro mi commuovo. Credi che sia facile, e non sai niente. Imparerai, imparerò.
Le luci della sera colano sui marciapiedi, il cielo è ancora azzurro scuro. Il petto si sgonfia, le palpebre tremano socchiuse, il vento fa il vento e io ancora una volta ho vinto una battaglia che non avrei voluto affrontare.

Le scintille

Un fonema è un suono che si emette dalla bocca. La sua caratteristica principale e più bella è questa: lui esiste soltanto perché determina una differenza, e cioè se al posto suo ce ne fosse un altro, non sarebbe la stessa cosa, anzi a volte potrebbe essere proprio tutt’altra. Insomma, se sei un fonema, poco conta la tua voglia di cambiamento, ribellione, rivolta: non puoi semplicemente cercare di essere una copia di qualcun’altro, riuscita bene o male. Una erre moscia, è sempre una erre. Una esse sibilata è sempre una esse.
Esisti perché ti opponi, perché occupi un luogo che è soltanto tuo.
Io me l’immagino, essere un fonema, come rosicchiarsi un cantuccio nelle parole, nel mondo. Che quando poi lo trovi, è il tuo posto; se allora non ci fossi mancherebbero dei pezzi, le parole sarebbero zoppe e gli amanti perderebbero modi di amarsi, gli scusanti non potrebbero spiegarsi, e andrebbe tutto a scatafascio.
Poi dicono che sono tante, le cose che ci sono solo perché si oppongono a qualcos’altro, e pensi che l’opposizione in fondo non è così brutta come potrebbe sembrare a prima vista, se si immagina solo nei palazzi e nelle diatribe incravattate. Perché in fondo dall’attrito nascono le scintille, e un fiammifero non è nulla senza un posticino dove essere strofinato.
E invece quante volte ti senti uniformato, declinazione di un tempo che t’ha voluto così? In fondo tu non sei un fonema, ti dici, “mica è la stessa cosa, io il mio posto lo posso anche costruire senza scintille, senza sbucciature sulle ginocchia o graffi sulle braccia, non ci si deve mica opporre per forza”. Vaglielo a dire a tutte le erre mosce, le esse sibilate, a chi nel costruirsi una casupola tutto intorno per ripararsi dagli urti poi c’è rimasto dentro senza saperne uscire, a chi per evitare accuratamente gli scontri s’è dimenticato dove voleva andare; vaglielo a dire a tutti loro che si può esistere senza fare la differenza e ti diranno “non farci ridere, proprio non hai capito; ma di certo non possiamo insegnarti niente, noialtri… Le cose si comprendono solo in un modo: lo dice la parola: con-prendere, afferrare. Vuoi mica dirci che le cose si possono afferrare senza toccarle?” (sono svegli, eh, questi qua!).
Ci va attrito, a stimolare i nervi, ad accendere le emozioni; a rallentare i cuori e accelerare i respiri, o viceversa. Siamo un alfabeto infinito, perché non cercare di essere irripetibili?