Spasso

Talvolta inanello passi su strade che non mi conoscono, quando il silenzio della sera è quiete di voci. Cammino senza frette o attese, respiro a grandi boccate e mi fermo ad osservare: una strada deserta, risate di gente, discorsi che non mi appartengono. Finalmente disperso. Col pensiero di nessuno a cercarmi. Le ore si confondono dopo il tramonto, le indovino addosso alle persone. Tengo stretti questi tragitti dentro le mie scarpe, per cercarli senza fatica. Eppure sono loro a trovare me:, all’improvviso, oppure meno, so soltanto seguirli senza parlare.

 

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Domenica

D’improvviso quello che è stato scivola via davvero. Muto nel richiamarlo, non hai voce per afferrarlo: e uno sguardo lucido da far male. Più vivo della realtà. Un ricordo come squarcio nel petto: senza sangue, senza dolore, senza soluzione. Il suo silenzio è una prigione.

Sono cinque giorni ed è già abbastanza.

Sono cinque giorni ed è già abbastanza. Inizia in un attimo e non finisce mai, come tutto. Come tutto troppo piccolo da maneggiare. Scappa dalle dita. Mi muovo e sono impacciato. Se non altro ho capito che nessuno mi guarda mai, che basta uno sguardo per dimenticare. A volte una presenza non è altro che una suggestione fumosa che sparisce trafitta da uno sguardo; le cose hanno contorni poco netti, si adattano, le adattiamo ad entrare nei nostri occhi vuoti.

E sono subito perdute.

Stellare

Così pieni stracolmi di vita da esondare. I miei pantaloni strofinano una gamba contro l’altra, tirandosi appresso due piedi inutili. Mi accartoccio e sparisco in una città senza mondo, scompaio o forse sono come le stelle che non ci sono più quando ci sembrano splendenti; è tutta questione di tempo. Di spazio. Di prospettive. Da qui tutto è distante, piccolo, frenetico, vivo, perfetto.