Spasso

Talvolta inanello passi su strade che non mi conoscono, quando il silenzio della sera è quiete di voci. Cammino senza frette o attese, respiro a grandi boccate e mi fermo ad osservare: una strada deserta, risate di gente, discorsi che non mi appartengono. Finalmente disperso. Col pensiero di nessuno a cercarmi. Le ore si confondono dopo il tramonto, le indovino addosso alle persone. Tengo stretti questi tragitti dentro le mie scarpe, per cercarli senza fatica. Eppure sono loro a trovare me:, all’improvviso, oppure meno, so soltanto seguirli senza parlare.

 

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Domenica

D’improvviso quello che è stato scivola via davvero. Muto nel richiamarlo, non hai voce per afferrarlo: e uno sguardo lucido da far male. Più vivo della realtà. Un ricordo come squarcio nel petto: senza sangue, senza dolore, senza soluzione. Il suo silenzio è una prigione.

Sono cinque giorni ed è già abbastanza.

Sono cinque giorni ed è già abbastanza. Inizia in un attimo e non finisce mai, come tutto. Come tutto troppo piccolo da maneggiare. Scappa dalle dita. Mi muovo e sono impacciato. Se non altro ho capito che nessuno mi guarda mai, che basta uno sguardo per dimenticare. A volte una presenza non è altro che una suggestione fumosa che sparisce trafitta da uno sguardo; le cose hanno contorni poco netti, si adattano, le adattiamo ad entrare nei nostri occhi vuoti.

E sono subito perdute.

Stellare

Così pieni stracolmi di vita da esondare. I miei pantaloni strofinano una gamba contro l’altra, tirandosi appresso due piedi inutili. Mi accartoccio e sparisco in una città senza mondo, scompaio o forse sono come le stelle che non ci sono più quando ci sembrano splendenti; è tutta questione di tempo. Di spazio. Di prospettive. Da qui tutto è distante, piccolo, frenetico, vivo, perfetto.

Che ore sono?

Si era svegliata presto e aveva scoperto l’alba ancora assonnata. Da qualche giorno non riusciva a dormire bene: i sogni intermittenti si sovrapponevano ai pensieri reali ed era un mimetizzarsi di paure nei sollievi improvvisi. La casa silenziosa custodiva i gesti lenti e rituali della colazione: acqua fredda, accendino, ceramica, bustina di tè, naso umido, briciole, dita appiccicose, tepore che svanisce. Lavò la tazza velocemente lacerando la quiete con quello scrosciare, subito però risucchiato dal mattino che voleva dormire ancora un po’. Erano le cinque, e non sapeva cosa fare. Si sarebbero svegliati non prima delle sette, e lei? Si sentiva a disagio, come se indosso avesse vestiti non suoi, troppo grandi per lei che invece s’era abituata a stare stretta. Sì lavò i denti senza badare troppo allo specchio, nonostante la luce fosse spenta e la penombra mascherasse ogni dubbio. Facendo pipì ebbe un impulso strano, che la fece sorridere e darsi sottovoce della cretina. Quindi si alzò e si diresse verso lo specchio. Si guardò fissa, la penombra la fece passare.

Quand’è che aveva smesso? Forse era stato appena prima di scoprire d’essere incinta. Secoli fa. Aveva voglia di una sigaretta, ma nessuno fumava in quella casa. Forse nel cassetto del mobile all’ingresso… Lo aprì, frugò nel buio in mezzo a quel disordine accumulatosi negli anni come foglie cadute d’autunno, ne tirò fuori: la vecchia chiave di riserva della macchina che ormai avevano venduto, una pinzatrice rotta, un pacco di cioccolatini ammuffiti, tre palline da ping pong, un paio di cartoline da chissà dove, una scatola di cartine che alimentò inutilmente il suo desiderio: vuota. Niente sigarette. Pazienza, si disse, tanto impuzzerei soltanto tutta la casa.

Non era abituata a svegliarsi così presto, ma da tre giorni non le capitava altro. Aveva scoperto ore che solitamente se ne stavano nascoste dentro il sonno, ore solitarie e che ricordava solo di aver incontrato da giovane – prima di smettere di fumare, voleva una sigaretta – uscendo con gli amici, o restando sveglia a parlare, a fare l’amore, a fumare – voleva una sigaretta. Adesso s’erano capovolte, però: erano inizio, non più fine, sipario che s’alza, non che lento si bacia su un giorno straordinario; e lei adesso era spiazzata, si sentiva fuori posto… Come quelle palline da ping pong che chissà da quanto stavano nel cassetto; forse da così tanto da essersi convinte che quella fosse casa loro. Così si chiese, in quella mattina così dormigliona che ancora non ne voleva sapere di illuminarle il buio, se non fosse anche lei una pallina da ping pong dimenticata da qualche parte, dimenticata da se stessa così a lungo da convincersi di essere nel posto giusto, tra gli oggetti giusti, nel momento giusto… Ebbe una sensazione come di vertigine, e dovette sedersi su una sedia della cucina. È così che partono le valanghe. Sentì una tempesta di pensieri sovrapporsi, correre, arrampicarsi su per il suo collo, l’uno che strabordava nell’altro, senza forma né direzione. Era in balia, le martellavano il cuore, una scarica di pugni improvvisa, e nemmeno capiva chi o cosa la stesse attaccando, tantomeno perché. Provava a scalarli, sottometterli alla ragione, ma le pareva che non esistesse ragione oltre quel mare in tempesta. Durò qualche minuto, poi passò, lasciandole sul viso incredulità e paura. Se ne restò lì esausta, sull’orlo della luce del giorno, in bilico e fuori posto nel bel mezzo di casa sua. Quando il sole entrò dalla finestra – si prospettava una giornata serena – si ridestò. Tra poco si sarebbero alzati tutti, doveva preparare la colazione. Le gambe la ressero con fermezza quando si alzò.

La piramide.

Ho incontrato un giorno
un’anima grande.
Nella sabbia dei secondi
attirava pensieri
stime
approssimazioni.
Come ogni grandezza
del mondo e del cuore
gettava ombre imponenti:
non conoscevano notti.

Sotto i raggi della luna
dirupi d’inchiostro i suoi pendii sublimi
di innocenza e canto

Io piccolo la esploravo
per rivelarmi i misteri
tracciarne le carte
annusarne le stanze.
Scoprire nei miei occhi
la grandezza
del cuore,
del mondo.