Essere umani

Smarriti, a cercare strade, a volare alto o volare basso.
I pesci nella rete riusciranno a fuggire, alcuni moriranno.
Ma è pur sempre una fuga.
Non ti accorgi del baratro sul cui orlo ci siamo seduti ad aspettare il vento? Io lo vedo. Alzarsi in piedi fa venire le vertigini.
La crepa sul parabrezza d’improvviso si fa largo nel vetro, non puoi sapere quando lo taglierà in due. Il mondo cambia, ma rimane così dannatamente uguale: gli alberi perdono il pelo, i fiumi sgomitano, le guerre scoppiano ma non muoiono.
Senza ideali, più liberi; senza sapere che la libertà è più impegnativa di qualsiasi prova; ridotta com’è a obiettivo, carità, conquista: diritto acquisito; la portiamo in tasca come cellulari, addosso come vestiti, nel cuore come giudizi.
Poi abbiamo paura di chi la cerca, di chi lotta, di chi muore. Abbiamo paura di chi muore.
Essere umani vuol dire anche questo?
La crepa sul parabrezza è impercettibile nel suo avanzare, chissà chi o cosa l’ha causata, noi eravamo troppo impegnati a guidare, siamo troppo impegnati ad ascoltare la musica. E siamo soli al volante, avanziamo su strade di pochi mesi, su un mondo piccolissimo. Ci siamo arresi. Allora prendiamone atto.
Sia la nostra scelta, la resa. Il vento arriverà e noi saremo in bilico. Chissà che non sia questa la nostra resistenza.
Com’è difficile fotografare il mutamento, quanto è necessario provarci per prendere posizione.

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