Per strada, una sera.

Lo scrosciare dell’acqua nei tombini si mischiava, nella sua testa, alla musica che usciva dagli auricolari e il mondo sembrava andare a ritmo con quelle note. Pioveva e le strade bagnate sembravano il posto più sicuro: lì sei lercio, niente può farti niente, la gente corre veloce e il sole non sbircia dall’alto.

L’aveva lasciato poche ore prima, eppure già se ne pentiva. Chissà se la pioggia sapeva. Sembra sappia sempre tutto, e arriva al momento opportuno, come un’amica di vecchia data; tuttavia molti, nella città, s’intristiscono con lei: avessero coltivato la terra, la penserebbero diversamente, apprezzerebbero colei la quale accudisce i semi e li cresce, la madre della terra. 

Proprio quella madre che era lei; quella madre che non aveva più la forza di raccontarsi bugie senza senso. Aveva lasciato, poco prima, il lavoro, l’ennesimo, che le consumava la vita -una candela scavata troppo in fretta- e la segnava nel corpo quasi fosse argilla nelle mani dello scultore. A casa aveva due figli che avrebbe voluto non aver fatto: gettati nel mondo come da un trapezio senza reti, puoi sperare di aver la testa dura e rialzarti tutto intero, e basta.

Vagava e si sentiva inesistente. Nemmeno la pioggia sapeva ridonarle vita, pioggia malata di un cielo cittadino, ma pur sempre pioggia (e pur sempre vita, sotto quello stesso cielo). Metteva i piedi nelle pozzanghere e quasi sorrideva immaginandosi bambina. Era il sorriso di chi non ha più forza, di chi ci ha provato davvero ma proprio non sa in questa vita che regole ci siano: rassegnazione tra le labbra, il sorriso più triste che il genio creatore potesse inventare.

Il grigio stava facendo i bagagli, lasciava spazio allo scuro della sera, e si spostava sopra altre teste, altre storie. Sembrava lei stesse rincorrendo i propri pensieri, talmente tanti erano da fuggire via dal naso, dalle orecchie… e lei dietro, tornate qua!, aspettate!, ma quelli niente, la trascinavano con loro senza meta.

A volte i marciapiedi finiscono d’improvviso: un attimo ci sono, quello dopo ti stai chiedendo come mai sei sospeso nell’aria. Proprio adesso, un marciapiede, aveva deciso di finire a metà di un passo che, come detto, rincorreva pensieri di una vita scavata: non avrebbe potuto scegliere momento migliore. La caduta fu rovinosa e una pozza d’acqua accentuò la spettacolarità della scena. Lei si ritrovò per terra, i pensieri sparsi tutto intorno e un ginocchio pulsante. Intorno la vita non s’era accorta di nulla e continuava a brulicare. Ella si alzò piano e fece un respiro profondo.

Riordinò i pensieri.

Ora non scappavano più.

Poi lo vide. Sembrava spaesato quanto doveva esserlo lei poco prima e camminava proprio sullo stesso marciapiede: ancora pochi passi e avrebbe fatto lo stesso capitombolo (al marciapiede non sarebbe sembrato vero, due allocchi nel giro di pochi minuti! Già si leccava i baffi). Lei s’avvicinò, cercò di farsi vedere per riportare alla realtà l’ignaro pedone, ma quello niente: pareva in un mondo tutto suo. “Attento…” gli disse allora, ed egli parve svegliarsi d’improvviso. Continuò a camminare mezzo intontito verso quel burrone in miniatura, mise un piede quasi sul bordo quando lei gli fu accanto e, presogli il braccio, concluse: “lo scalino”, effettuando insieme a lui un atterraggio morbido. Lo sconosciuto si fermò a fissarla negli occhi con uno sguardo ebete. “Perché l’hai fatto?” le chiese. “Una piccola rivincita sul mondo”, rispose. S’accese un sorriso ad accomunare quelle bocche estranee.

Minuscola scintilla a riaccendere la luce che sembrava persa.

 

(dal vecchio blog)