Che ore sono?

Si era svegliata presto e aveva scoperto l’alba ancora assonnata. Da qualche giorno non riusciva a dormire bene: i sogni intermittenti si sovrapponevano ai pensieri reali ed era un mimetizzarsi di paure nei sollievi improvvisi. La casa silenziosa custodiva i gesti lenti e rituali della colazione: acqua fredda, accendino, ceramica, bustina di tè, naso umido, briciole, dita appiccicose, tepore che svanisce. Lavò la tazza velocemente lacerando la quiete con quello scrosciare, subito però risucchiato dal mattino che voleva dormire ancora un po’. Erano le cinque, e non sapeva cosa fare. Si sarebbero svegliati non prima delle sette, e lei? Si sentiva a disagio, come se indosso avesse vestiti non suoi, troppo grandi per lei che invece s’era abituata a stare stretta. Sì lavò i denti senza badare troppo allo specchio, nonostante la luce fosse spenta e la penombra mascherasse ogni dubbio. Facendo pipì ebbe un impulso strano, che la fece sorridere e darsi sottovoce della cretina. Quindi si alzò e si diresse verso lo specchio. Si guardò fissa, la penombra la fece passare.

Quand’è che aveva smesso? Forse era stato appena prima di scoprire d’essere incinta. Secoli fa. Aveva voglia di una sigaretta, ma nessuno fumava in quella casa. Forse nel cassetto del mobile all’ingresso… Lo aprì, frugò nel buio in mezzo a quel disordine accumulatosi negli anni come foglie cadute d’autunno, ne tirò fuori: la vecchia chiave di riserva della macchina che ormai avevano venduto, una pinzatrice rotta, un pacco di cioccolatini ammuffiti, tre palline da ping pong, un paio di cartoline da chissà dove, una scatola di cartine che alimentò inutilmente il suo desiderio: vuota. Niente sigarette. Pazienza, si disse, tanto impuzzerei soltanto tutta la casa.

Non era abituata a svegliarsi così presto, ma da tre giorni non le capitava altro. Aveva scoperto ore che solitamente se ne stavano nascoste dentro il sonno, ore solitarie e che ricordava solo di aver incontrato da giovane – prima di smettere di fumare, voleva una sigaretta – uscendo con gli amici, o restando sveglia a parlare, a fare l’amore, a fumare – voleva una sigaretta. Adesso s’erano capovolte, però: erano inizio, non più fine, sipario che s’alza, non che lento si bacia su un giorno straordinario; e lei adesso era spiazzata, si sentiva fuori posto… Come quelle palline da ping pong che chissà da quanto stavano nel cassetto; forse da così tanto da essersi convinte che quella fosse casa loro. Così si chiese, in quella mattina così dormigliona che ancora non ne voleva sapere di illuminarle il buio, se non fosse anche lei una pallina da ping pong dimenticata da qualche parte, dimenticata da se stessa così a lungo da convincersi di essere nel posto giusto, tra gli oggetti giusti, nel momento giusto… Ebbe una sensazione come di vertigine, e dovette sedersi su una sedia della cucina. È così che partono le valanghe. Sentì una tempesta di pensieri sovrapporsi, correre, arrampicarsi su per il suo collo, l’uno che strabordava nell’altro, senza forma né direzione. Era in balia, le martellavano il cuore, una scarica di pugni improvvisa, e nemmeno capiva chi o cosa la stesse attaccando, tantomeno perché. Provava a scalarli, sottometterli alla ragione, ma le pareva che non esistesse ragione oltre quel mare in tempesta. Durò qualche minuto, poi passò, lasciandole sul viso incredulità e paura. Se ne restò lì esausta, sull’orlo della luce del giorno, in bilico e fuori posto nel bel mezzo di casa sua. Quando il sole entrò dalla finestra – si prospettava una giornata serena – si ridestò. Tra poco si sarebbero alzati tutti, doveva preparare la colazione. Le gambe la ressero con fermezza quando si alzò.

Valzer invernale.

Sai fare dei momenti scatole di tempo per donarmi istanti grandi come aquiloni in un cielo di maggio. Hai sulle dita pensieri onnipotenti e fragili da ricamare sull’orlo delle notti insieme a me, tinte di rosso e di ogni altro colore dell’universo. Appesi ai nostri sguardi sgocciolano passati stesi lì a guardarci in un ballo che non è per loro, ombre affascinanti per i nostri occhi nuovi che si cercano in ogni ora e in ogni prima. Stringimi forte se ho paura di quel che non sappiamo, mandami giù nel profondo delle pance vuote, assumi un amore che ha la forma dei miei passi stentati e di quelle mani attaccate in fondo alle braccia che fluttuano su fianchi, vite, guance.

Svuotami dentro come scatoloni di cantine preziose, scoprimi e ritrovati in me; io tengo in tasca il salto nel buio che è stato e ancora è questo orizzonte insieme e lo custodisco nel suo sfuggire tra la forma che si crea di noi come di un divano vissuto, una scarpa camminata, una maglia abbracciata.

Srotolo parole per scriverti, e tu sei già stata come mai saprò davvero, resterai per sempre un mistero; porti dentro momenti nascosti, celati ai miei occhi piccoli, alle mie orecchie timide, alla mia bocca impettita, alle mie mani sciocche, al mio naso distratto.

Questo incontrarci che è stato un cristallo prezioso, esploso in un’infinità di gemme, ramificazioni. Non una scintilla, ma altrettanto improvviso. Una crepa, un momento dal quale si guarda il panorama prima di ricominciare a vivere. E tracciare strade diverse, dentro luoghi chiusi a chiave, mai aperti per nessuno: stanze antiche lasciate vivere dal tempo, dove rannicchiati ci si isola dal mondo. Stanze che da soli scottano la pelle e in due tremano le labbra.

Dimmi ancora io cosa sono e portami a spasso sotto le tormente di neve, a ghiacciarmi le mani per poterti toccare e piano piano non sentire più, indovinare sempre. Io resto fuori dalle porte chiuse di ogni tua paura, a costruire origami e sciogliere candele: fammi custode della tua bellezza, di ogni tua intima lotta.

Io tesso girotondi di frasi, caleidoscopi di baci, anelli di sorrisi intorno al tuo cuore.

La piramide.

Ho incontrato un giorno
un’anima grande.
Nella sabbia dei secondi
attirava pensieri
stime
approssimazioni.
Come ogni grandezza
del mondo e del cuore
gettava ombre imponenti:
non conoscevano notti.

Sotto i raggi della luna
dirupi d’inchiostro i suoi pendii sublimi
di innocenza e canto

Io piccolo la esploravo
per rivelarmi i misteri
tracciarne le carte
annusarne le stanze.
Scoprire nei miei occhi
la grandezza
del cuore,
del mondo.

Di storia e di umanità

“Ti piace la storia?”
“No, che palle”
“Perché?”
“Ma perché cosa mi frega di quello che è successo anni e anni fa?”
“Eh…”
La storia non è questo.

Presente. Nel 201esimo decennio dopo Cristo morto in croce, quindicesimo anno del terzo millennio, vogliamo il presente.
Siamo immediati nel nostro tergiversare, cerchiamo sicurezze, siamo anche così innocenti.
Quando tutto gira cerca un punto fisso.
Abbiamo bisogno di archiviare subito, circoscrivere; vogliamo essere chirurghi del tempo.
In questo marasma, nella paura di essere inopportuni o nella volontà di distinguerci per forza, stiamo cercando la storia. Non avrà la s maiuscola (ma nessuna in fondo può vantarla) eppure si delinea nelle foto tricolori, negli hashtag di solidarietà, nei link di retroscena, nella ricerca dei like; prende forma sotto le nostre dita e non ha punti fermi nonostante li cerchiamo con disperazione.
Ci vedo: così ansiosi di partecipare a dolori raccontati, vite interrotte, discorso globale… E mi chiedo dove stia il confine tra quel che è dentro ognuno di noi e ciò di cui ormai ci sentiamo parte comune. Non che non siamo autentici: la nostra autenticità oggi sta forse proprio nella globalizzazione delle emozioni e in quella delle opinioni (anche di quelle fuori dal coro).
D’improvviso siamo scossi da un domino infinito, un tassello a noi vicino. Vacilliamo: inevitabile, comprensibile.
Nel nostro affannarci per restare saldi ed essere certi, s’intravede la paura di non saper catalogare e di cadere. Forse per questo ci stringiamo a vicenda, cerchiamo discorsi da fare anche nostri e mani alle quali aggrapparci.
Ma il domino è fatto per cadere e per ricomporsi, la storia per essere scovata tra i presenti che evolvono e i fatti per essere mediati e non immediatamente reclusi.

Essere umani

Smarriti, a cercare strade, a volare alto o volare basso.
I pesci nella rete riusciranno a fuggire, alcuni moriranno.
Ma è pur sempre una fuga.
Non ti accorgi del baratro sul cui orlo ci siamo seduti ad aspettare il vento? Io lo vedo. Alzarsi in piedi fa venire le vertigini.
La crepa sul parabrezza d’improvviso si fa largo nel vetro, non puoi sapere quando lo taglierà in due. Il mondo cambia, ma rimane così dannatamente uguale: gli alberi perdono il pelo, i fiumi sgomitano, le guerre scoppiano ma non muoiono.
Senza ideali, più liberi; senza sapere che la libertà è più impegnativa di qualsiasi prova; ridotta com’è a obiettivo, carità, conquista: diritto acquisito; la portiamo in tasca come cellulari, addosso come vestiti, nel cuore come giudizi.
Poi abbiamo paura di chi la cerca, di chi lotta, di chi muore. Abbiamo paura di chi muore.
Essere umani vuol dire anche questo?
La crepa sul parabrezza è impercettibile nel suo avanzare, chissà chi o cosa l’ha causata, noi eravamo troppo impegnati a guidare, siamo troppo impegnati ad ascoltare la musica. E siamo soli al volante, avanziamo su strade di pochi mesi, su un mondo piccolissimo. Ci siamo arresi. Allora prendiamone atto.
Sia la nostra scelta, la resa. Il vento arriverà e noi saremo in bilico. Chissà che non sia questa la nostra resistenza.
Com’è difficile fotografare il mutamento, quanto è necessario provarci per prendere posizione.

Senza titolo – esterno giorno

Specchi rotti sono le vetrine che ci moltiplicano e ci fanno brulicanti.
Letti di fiumi avvelenati le strade.
Castelli di carte i nostri trucchi in faccia, le maschere, i sorrisi.
Gabbia lassù, il blu dipinto di blu.

Incrocio sguardi e non so cosa cerchino. Mi sembrano urlare.
Eppure è tutto così quieto per la via: anziani pacati, genitori e figli, amici che scherzano e innamorati, tanti innamorati appesi alle loro dita sottili come rami d’autunno.
Forse dormono? Sembrano sonnambuli.
Poi capisco: hanno paura.
Di perdere il lavoro, di perdere l’amore, di perdere il derby.
Di cambiare senza sapere come, di non piacere a quello là, di non trovare parcheggio.
Di accorgersi di aver sbagliato, di non poter rimediare, di dover chiedere scusa.
Di non poterselo permettere, di quel che diranno, di sporcarsi.
Di non sapere cosa dire, di sapere cosa fare, di non farcela.

Paura di sembrare fragili, di avere paura, di contare fino a cento.

Lo urlano i loro occhi. Ma forse sono specchi rotti che riflettono il mio sguardo.

E mari vuoti di pesci e pieni di speranze naufragate; terre depredate in silenzio, che non devono alzare la voce; alberghi pieni di cellulari costosi e scarpe pulite ai piedi di uomini neri; altri uomini neri a pensarci loro, che noi dobbiamo lavorare; ospedali bombardati e ricostruiti da scuse sincere; guerre da elencare come formazioni di squadre calcistiche; piantagioni di morti in cambio di petizioni per difendere il prodotto nazionale; “è inevitabile pagare prezzi alti per il benessere” (e li pagano altri, al costo del loro); piogge torrenziali e colpe da addossare; climi giocattolo telecomandati da aerei con la coda; il progresso ingannatore è stato smascherato, siringhe tossiche disarmate; coltelli armati dal Male alla gola di infedeli: il terrore nero; parole come migliaia coltelli alla gola di sconosciuti inadeguati o indegni, perché colpevoli di farci sentire inadeguati o indegni: la libertà d’espressione.
Come le bandiere inchiodate ad un palo sventolare a favore di vento.
Che importa da dove soffi, dove conduca? Scintillanti e colorate, chi più chi meno, garrire all’unisono.

Farsi belli nelle vetrine ammalianti.
Sguazzare tra mille e mille membra così simili.
Innalzare torri e fossati intorno alle nostre emozioni.
Non guardare in alto, per non vedere le sbarre.